Una cosa in particolare mi sta molto a cuore: il dono degli organi.
Non so perché, non so come, ma c'è qualcosa che mi spinge a donare più me stessa a livello fisico e organico che a livello mentale e spirituale.
E' sempre stato difficile, per me, aprirmi agli altri.
Un mio difetto è l'ambiguità.
Soprattutto nel parlare.
Era iniziato come un gioco di bambina e alla fine è diventato normalità.
Ho scoperto che essere ambigui quando si parla ti protegge.
La gente non può leggere i tuoi sentimenti, le tue debolezze se sei ambigua.
Anche perché non sono brava a mentire.
La maggior parte delle volte o faccio figuracce, o mi si scopre palesemente. Il che porta purtroppo all'essere trattata da bugiarda.
Essere "ambigui", invece, non fa capire agli altri se ciò che dici è vero o no.
Bisogna essere bravi però.
Perché se sei troppo ambiguo, allora menti; se lo sei troppo poco, allora fai trasparire i tuoi sentimenti.
Non far capire i propri sentimenti, non è malignità. Ma se ad un colloquio fai capire che hai paura (perché tutti hanno paura), o che comunque sei insicuro, rischi di non piacere, soprattutto se ti fai sopraffare dal timore. Perché succede spesso che far capire che sei felice, ferisce qualcuno con cui stai parlando, oppure essere felice di quella cosa, fa di te un perverso.
Non bisogna neanche nascondersi dietro ad una maschera però.
Negare se stessi porta a morire dentro, ti porta a mentire e a non essere mai sincero.
La sincerità è importante.
Essere ambigui moderatamente significa capire i momenti in cui essere diretti e i momenti in cui non esserlo. Se non vuoi andare alla festa di compleanno della tua migliore amica perché non ti piacciono i suoi, di amici, non ti conviene dirglielo nei denti. Perché la ferirai.
Non ti conviene mentirle con un altro impegno e dirle che hai altro da fare, perché, diamine, è il suo compleanno, viene prima di tutto.
Ti conviene essere ambigua:
"Cavoli migliore amica, me lo dovevi dire prima! Non so come andrà proprio quel giorno, non so se avrò la forza di venire. Comunque mal che vada ci facciamo una bella cena io e te, che dici? Così festeggiamo a modo nostro!". Questo è un modo ambiguo di dire: "Non credo proprio avrò voglia di vedere i tuoi amici idioti dopo una giornata di lavoro, facciamo che la festa ce la facciamo poi io e te, perché comunque ti voglio bene e il tuo compleanno lo festeggerei anche senza di te".
In poche parole il più difficile è quando ti capita una persona che il tuo "ambiguo" non lo capisce.
Mio padre aveva una percezione negativa dell'ambiguo.
Perciò ogni cosa gli dicessi, prima di affinare la tecnica, era una balla.
Era frustrante.
Solo che non potevo neanche essere sincera con mio padre.
Perché?
Non lo so.
E' mio padre.
Una volta affinata la tecnica credo abbia capito e ne abbia sofferto. Ne sono tutt'ora mortificata. Vorrei essere sincera, ma ogni volta... piango.
Una fontana.
Sembro scema.
Il rancore è una cosa che devo imparare a cancellare.
Essere rancorosi porta a questo: a dover essere ambigui con le persone che si ama.
Ecco.
Da questa gigantesca "pippa" mentale e abbastanza triste, potete capire molte cose.
Per me non è facile spiegare quello che porto dentro.
Perciò credo di essere attratta dal dono organico.
Nella vita tutti noi doniamo.
Molti amano il dono materiale.
E' più facile, veloce e non richiede particolare impegno.
Donare se stessi, la propria anima, il proprio cuore è la parte più difficile.
Si dona tutto.
Metti la tua testa su di un piatto d'argento.
Può essere estremamente gratificante ma anche molto pericoloso, per me, naturalmente.
Altri amano il dono organico.
Lo amo perché, per me, ribadisco, non richiede sacrificio.
Mi viene quasi naturale.
Insomma, tutto questo per dirvi che giovedì prossimo vado a fare il prelievo di controllo.
Voglio donare il midollo osseo...
E non vedo l'ora.
Un abbraccio
La vostra
G
La Bella Realtà
Vita, morte, miracoli e opinioni di "una" che non vorreste mai conoscere
mercoledì 16 ottobre 2013
martedì 15 ottobre 2013
Lavoro: culo, vipere e Santa Pazienza
Il lavoro al giorno d'oggi è tutta una questione di culo.
Vi faccio un esempio: quando mi sono presentata al colloquio per questo lavoro, ne avevo già fatti talmente tanti che mi sono seduta davanti alla responsabile con la convinzione e la certezza che non avrei mai avuto quel posto.
Sono arrivata tranquilla, rilassata e ho risposto alle domande con estrema sincerità, anche perché il mio motto del momento era "Vada come vada".
Due giorni dopo mi richiamano: assunta.
Culo.
Solo culo.
Perché la mia attuale responsabile mi ha confidato che non ne poteva più di sentire la solita lagna: "Ho bisogno di un lavoro, non ho mai fatto niente, amo stare tra la gente, il mio pregio è il sorriso, il mio difetto è l'essere puntigliosa....".
Io sono arrivata, mi sono seduta e alla domanda "Dimmi i tre pregi e tre difetti della tua personalità" ho iniziato ad elencare una serie di difetti: testarda, lunatica, logorroica, paranoica, con una lieve tendenza alla dittatura.
Pregi? Ne ho detto solo uno: la pazienza.
Sono una persona molto paziente.
A volte anche troppo.
Sono talmente paziente che spesso mi faccio mettere i piedi in testa senza rendermene conto.
Sono talmente paziente che aspetto il tesserino sanitario da tre anni, chiamo ogni mese il comune, ma aspetto.
Paziento.
Anche perché nella mia vita, sono state poche le cose su cui non ho dovuto pazientare.
Ho imparato ad essere paziente con l'età (anche se poca) e soprattutto con l'ambiente che mi ha sempre circondato: da mio padre ho imparato la pazienza per difetto.
Mio padre non ha pazienza. Vuole tutto subito e spesso e volentieri l'ho visto perdere almeno una decina d'anni di vita urlando al telefono con chissà chi, per chissà cosa, solo perché non voleva pazientare un giorno o qualche ora.
Da mia zia ho imparato ad essere paziente anche sulle decisioni più semplici.
Ho imparato ad essere paziente sulle cose da comprare, ho aspettato di avere i soldi, non mi sono indebitata come lei.
La lezione più bella, però, me l'ha data la vita.
Bisogna sempre avere pazienza.
Nella vita tutto ti torna indietro come un boomerang.
Mio nonno, ad esempio, venti anni fa prestò un milione di lire ad un giovanotto di ventidue anni che si voleva sposare. Mio nonno era veterinario del contadino che dava lavoro al giovanotto. Qualche mese fa, il giovanotto, ormai uomo, ha fatto visita ai miei nonni. Quando ha saputo che erano in difficoltà economiche ha chiesto ai miei nonni di quanto avessero bisogno con la penna già posata sul libretto degli assegni.
Quando mio nonno gli ha fatto cenno di no con la mano, lui gli avrebbe risposto (la fonte è mia nonna): "Dottore, lei venti anni fa mi ha offerto un milione di lire per permettermi di sposarmi e di creare una famiglia. Oggi, grazie a lei e ai soldi che mi ha donato, sono un uomo d'affari di successo, con una bella famiglia che mi ama. Quindi, mi dica quanto le serve, in questo modo avrò saldato il mio debito, anche se in realtà io le devo una vita." (mia nonna ha ammesso anche di essersi messa a piangere).
Insomma, la pazienza è bastata.
Il lavoro era mio perché ero stata l'unica ad essere naturale e rilassata.
Era mio perché avevo perso la pazienza che mi aveva fatto assumere. Un colmo.
Il mio lavoro consiste nel vendere creme, profumi, trucchi e "parrucchi" alle signore e signorine di Parma. Lavoro in un negozietto in pieno centro, con altre tre ragazze. S, L e B. La mia responsabile è N.
N non l'ho conosciuta molto bene. In realtà lei è la responsabile, ma viaggia per tutta Italia e io la vedo poco. Le altre ragazze la conoscono bene, perché fino a poco fa lavorava in negozio con loro. Io in qualche modo la sostituisco.
S è una ragazza molto espansiva.
Sorridente, svelta e furba.
S diventerà la responsabile.
Ci vado molto d'accordo, ma spesso mi fa rabbia.
Non ha poi questa gran voglia di lavorare.
Quando siamo insieme in negozio smette di fare qualsiasi cosa, inventa scuse, si dilegua, sparisce senza dire niente.... ma alla fine non lo fa mai in modo cattivo.
La prima volta che le ho fatto presente le mie perplessità mi ha chiesto scusa, mi ha detto che avevo ragione e basta.
Ma basta in tutti i sensi.
Ha continuato a fare esattamente le stesse cose, ma almeno adesso lo so, quindi sono un po' più tranquilla.
L ancora non la capisco.
A volte sembra quasi che io le stia antipatica.
Mi parla in modo aggressivo, mi guarda con gli occhi sgranati.
Poi domenica abbiamo fatto l'inventario e l'ho osservata un po' meglio.
Lei fa così con tutte.
Credo sia in realtà molto timida e si nasconda dietro certe espressioni e certi toni vocali solo per autodifesa. B invece è la mia punta di diamante.
Io l'adoro.
Sarà che è un ariete come C e come mia mamma, ma l'adoro.
Ha quella dolcezza e quell'insicurezza che mi mettono a mio agio. Quella voglia di fare sempre più del dovuto che spinge anche me a volere sempre di più. Poi la pensiamo allo stesso modo su molte cose.
Ma il popolo che merita una descrizione a parte si distingue in due parti: gli addetti agli uffici della sede da cui dipendiamo e le clienti.
Gli addetti (come li chiamo io) a volte sembrano uscire da un film di spionaggio.
La stessa persona che due giorni prima ti minacciava al telefono di licenziamento, è capace di chiamarti "cara" il giorno dopo.
Loro ci spiano.
E' il loro mestiere.
Ci spiano in tutto e per tutto.
Vogliono fax di tutto, controllano quello che vendiamo e a chi lo vendiamo.
Dovete sapere che, nei negozi come il mio, esiste una cosa molto bastarda: la media.
La media è in pratica la media stessa degli scontrini effettuati in un giorno (o in un lasso di tempo) da una singola commessa o dall'insieme delle commesse.
La media che noi dobbiamo mantenere costante è la media del 15.
Vuol dire che singolarmente dobbiamo cercare di fare il maggior numero di scontrini con importi superiori a 15 euro. Sapete che succede il 90% delle volte? Che mentre stai cercando di mantenere una media alta, arriva la prima cliente che capita e ti compra una cosa da 2 euro.
Risultato?
Se la tua media era a 16 e avevi fatto sei scontrini, ad esempio, crollerà all'improvviso a 11.
Bello eh?
Vuol dire che passerai il resto della giornata ad assillare altre povere clienti per comprare più del dovuto, per alzare la tua media e quindi quella del negozio.
Questo è un gran fattore di stress per cui è richiesta la pazienza. Non tanto perché la media sia importante, ma perché se mantieni la media bassa per più di una settimana, gli addetti ti chiamano e ti minacciano con una lettera di richiamo (alla terza sei fuori).
Per evitare ciò, agli addetti noi diciamo TUTTO: il meteo, il passaggio, e dobbiamo fare anche una cosa tristissima.... controllare quanti scontrini fanno gli altri negozi.
E' in realtà molto semplice: entri, compri qualcosa ed esci.
Come fai a sapere quanti ne hanno fatti loro? Su ogni scontrino fiscale si legge il numero di scontrini che l'esercizio commerciale ha portato a termine fino a quel momento.
Lo potete fare anche al bar se volete.
Non è in realtà una cosa cattiva come la vedo io.
Serve solo a difenderci:
"Perché avete fatto così poco questa settimana?"
"Eh sai, c'era poco passaggio, poche persone, guarda questo, ha fatto solo 26 scontrini, e anche questo ne ha fatti solo 8....".
Per questo evitiamo con grandi scuse tutti i concorrenti più grossi, dicendo che o sono troppo lontani, oppure che non ci fanno lo scontrino.
Anche perché poi come glielo spieghi che Pincopanco ha fatto 347 scontrini e tu solo 122, quando vendete la stessa identica roba nella stessa identica via?
Passiamo alle clienti.
Le clienti spesso sono delle vipere.
Non perché sono per così dire antipatiche, ma perché non si rendono conto di cosa ci sia dietro.
Per loro il fatto che non voglia fare lo sconto è perché sono una commessa antipatica e invidiosa, ma non è così.
Io non posso cambiare i prezzi.
Non sono autorizzata.
Lavoriamo con un PC per cassa e si sa, un PC, non lo puoi contraddire mai.
Io non decido sulla merce.
Fanno tutto gli addetti.
Se il lunedì non ricevo quella crema, non è perché mi stai antipatica tu o perché lo faccio per dispetto, ma è perché non è disponibile, è finito, non solo qui da me, ma anche il grande capo le ha finite.
Poi ci sono i famosi regalini.
Quelli che ogni tanto ti regalano i negozi: agendine, pupazzetti, salviettine, pennellini, ecc ecc.
Se non ci sono più, non è che è perché noi li mangiamo di notte o li lanciamo via nel pattume, ma è perché come li hai voluti tu, mia cara cliente, li hanno voluti altri mille.
Spesso le clienti non si rendono conto che non sono le uniche ad acquistare.
Voi non potete capire le tragedie: pianti, minacce, alcune chiamano addirittura il grande capo e dicono che noi siamo incompetenti perché non gli abbiamo dato il pennellino o l'agendina.
No, non scherzo.
Molte di noi sono state lasciate a casa, perché ogni lamentela ricevuta in sede da una cliente equivale ad una lettera di richiamo.
Tanta pazienza.
Ma la razza peggiore non sono le mai contente.
La razza peggiore sono quelle che entrano e ti trattano come se fossi una poco di buono, come se non valessi niente.
Una settimana dopo aver timbrato per la prima volta il cartellino, entra dalla porta una signorotta tutta "pellicciata" con la figlia a seguito e, ad un certo punto, esclama a gran voce: "Devi studiare! Chiedilo a questa ragazza, se non studi finisci a fare lavori come questo, la commessa che vende cremine, saresti contenta??". La ragazzina è diventata bordeaux come me.
Tantissima pazienza.
Ho contato fino a 10 e con molta calma ho sorriso e le ho risposto: "Veramente signora io sono laureata. Sono anche iscritta ad una specialistica. Anche se in effetti una laurea non mi aiuta a vendere cremine".
La signora si è raggelata.
Non ha più fiatato.
La ragazzina mi ha guardato tutto il tempo con gli occhi complici.
Nel frattempo hanno fatto un giro e sono uscite, portando la mia media da 14 a 19.
Già, le ho fatto spendere anche l'anima.
Perché poi anche io so essere vipera.
Ho giocato sul suo senso di colpa e le ho venduto ogni cosa potessi venderle.
Il problema è che non è stata l'unica.
In sette mesi ne avrò sentite centinaia. Ma non ho più risposto. Ho sorriso e sono passata oltre, ricordandomi quello sguardo complice, perché alla fine, non serve una laurea per essere educati ed intelligenti, serve solo vivere nella realtà.
Oggi quando sono uscita da lavoro la mia media era a 12. Ma sono paziente.
Domani è giorno di mercato, la mia media sarà molto più alta.
Pazienza.
Tanta pazienza.
Un abbraccio
la vostra
G
Vi faccio un esempio: quando mi sono presentata al colloquio per questo lavoro, ne avevo già fatti talmente tanti che mi sono seduta davanti alla responsabile con la convinzione e la certezza che non avrei mai avuto quel posto.
Sono arrivata tranquilla, rilassata e ho risposto alle domande con estrema sincerità, anche perché il mio motto del momento era "Vada come vada".
Due giorni dopo mi richiamano: assunta.
Culo.
Solo culo.
Perché la mia attuale responsabile mi ha confidato che non ne poteva più di sentire la solita lagna: "Ho bisogno di un lavoro, non ho mai fatto niente, amo stare tra la gente, il mio pregio è il sorriso, il mio difetto è l'essere puntigliosa....".
Io sono arrivata, mi sono seduta e alla domanda "Dimmi i tre pregi e tre difetti della tua personalità" ho iniziato ad elencare una serie di difetti: testarda, lunatica, logorroica, paranoica, con una lieve tendenza alla dittatura.
Pregi? Ne ho detto solo uno: la pazienza.
Sono una persona molto paziente.
A volte anche troppo.
Sono talmente paziente che spesso mi faccio mettere i piedi in testa senza rendermene conto.
Sono talmente paziente che aspetto il tesserino sanitario da tre anni, chiamo ogni mese il comune, ma aspetto.
Paziento.
Anche perché nella mia vita, sono state poche le cose su cui non ho dovuto pazientare.
Ho imparato ad essere paziente con l'età (anche se poca) e soprattutto con l'ambiente che mi ha sempre circondato: da mio padre ho imparato la pazienza per difetto.
Mio padre non ha pazienza. Vuole tutto subito e spesso e volentieri l'ho visto perdere almeno una decina d'anni di vita urlando al telefono con chissà chi, per chissà cosa, solo perché non voleva pazientare un giorno o qualche ora.
Da mia zia ho imparato ad essere paziente anche sulle decisioni più semplici.
Ho imparato ad essere paziente sulle cose da comprare, ho aspettato di avere i soldi, non mi sono indebitata come lei.
La lezione più bella, però, me l'ha data la vita.
Bisogna sempre avere pazienza.
Nella vita tutto ti torna indietro come un boomerang.
Mio nonno, ad esempio, venti anni fa prestò un milione di lire ad un giovanotto di ventidue anni che si voleva sposare. Mio nonno era veterinario del contadino che dava lavoro al giovanotto. Qualche mese fa, il giovanotto, ormai uomo, ha fatto visita ai miei nonni. Quando ha saputo che erano in difficoltà economiche ha chiesto ai miei nonni di quanto avessero bisogno con la penna già posata sul libretto degli assegni.
Quando mio nonno gli ha fatto cenno di no con la mano, lui gli avrebbe risposto (la fonte è mia nonna): "Dottore, lei venti anni fa mi ha offerto un milione di lire per permettermi di sposarmi e di creare una famiglia. Oggi, grazie a lei e ai soldi che mi ha donato, sono un uomo d'affari di successo, con una bella famiglia che mi ama. Quindi, mi dica quanto le serve, in questo modo avrò saldato il mio debito, anche se in realtà io le devo una vita." (mia nonna ha ammesso anche di essersi messa a piangere).
Insomma, la pazienza è bastata.
Il lavoro era mio perché ero stata l'unica ad essere naturale e rilassata.
Era mio perché avevo perso la pazienza che mi aveva fatto assumere. Un colmo.
Il mio lavoro consiste nel vendere creme, profumi, trucchi e "parrucchi" alle signore e signorine di Parma. Lavoro in un negozietto in pieno centro, con altre tre ragazze. S, L e B. La mia responsabile è N.
N non l'ho conosciuta molto bene. In realtà lei è la responsabile, ma viaggia per tutta Italia e io la vedo poco. Le altre ragazze la conoscono bene, perché fino a poco fa lavorava in negozio con loro. Io in qualche modo la sostituisco.
S è una ragazza molto espansiva.
Sorridente, svelta e furba.
S diventerà la responsabile.
Ci vado molto d'accordo, ma spesso mi fa rabbia.
Non ha poi questa gran voglia di lavorare.
Quando siamo insieme in negozio smette di fare qualsiasi cosa, inventa scuse, si dilegua, sparisce senza dire niente.... ma alla fine non lo fa mai in modo cattivo.
La prima volta che le ho fatto presente le mie perplessità mi ha chiesto scusa, mi ha detto che avevo ragione e basta.
Ma basta in tutti i sensi.
Ha continuato a fare esattamente le stesse cose, ma almeno adesso lo so, quindi sono un po' più tranquilla.
L ancora non la capisco.
A volte sembra quasi che io le stia antipatica.
Mi parla in modo aggressivo, mi guarda con gli occhi sgranati.
Poi domenica abbiamo fatto l'inventario e l'ho osservata un po' meglio.
Lei fa così con tutte.
Credo sia in realtà molto timida e si nasconda dietro certe espressioni e certi toni vocali solo per autodifesa. B invece è la mia punta di diamante.
Io l'adoro.
Sarà che è un ariete come C e come mia mamma, ma l'adoro.
Ha quella dolcezza e quell'insicurezza che mi mettono a mio agio. Quella voglia di fare sempre più del dovuto che spinge anche me a volere sempre di più. Poi la pensiamo allo stesso modo su molte cose.
Ma il popolo che merita una descrizione a parte si distingue in due parti: gli addetti agli uffici della sede da cui dipendiamo e le clienti.
Gli addetti (come li chiamo io) a volte sembrano uscire da un film di spionaggio.
La stessa persona che due giorni prima ti minacciava al telefono di licenziamento, è capace di chiamarti "cara" il giorno dopo.
Loro ci spiano.
E' il loro mestiere.
Ci spiano in tutto e per tutto.
Vogliono fax di tutto, controllano quello che vendiamo e a chi lo vendiamo.
Dovete sapere che, nei negozi come il mio, esiste una cosa molto bastarda: la media.
La media è in pratica la media stessa degli scontrini effettuati in un giorno (o in un lasso di tempo) da una singola commessa o dall'insieme delle commesse.
La media che noi dobbiamo mantenere costante è la media del 15.
Vuol dire che singolarmente dobbiamo cercare di fare il maggior numero di scontrini con importi superiori a 15 euro. Sapete che succede il 90% delle volte? Che mentre stai cercando di mantenere una media alta, arriva la prima cliente che capita e ti compra una cosa da 2 euro.
Risultato?
Se la tua media era a 16 e avevi fatto sei scontrini, ad esempio, crollerà all'improvviso a 11.
Bello eh?
Vuol dire che passerai il resto della giornata ad assillare altre povere clienti per comprare più del dovuto, per alzare la tua media e quindi quella del negozio.
Questo è un gran fattore di stress per cui è richiesta la pazienza. Non tanto perché la media sia importante, ma perché se mantieni la media bassa per più di una settimana, gli addetti ti chiamano e ti minacciano con una lettera di richiamo (alla terza sei fuori).
Per evitare ciò, agli addetti noi diciamo TUTTO: il meteo, il passaggio, e dobbiamo fare anche una cosa tristissima.... controllare quanti scontrini fanno gli altri negozi.
E' in realtà molto semplice: entri, compri qualcosa ed esci.
Come fai a sapere quanti ne hanno fatti loro? Su ogni scontrino fiscale si legge il numero di scontrini che l'esercizio commerciale ha portato a termine fino a quel momento.
Lo potete fare anche al bar se volete.
Non è in realtà una cosa cattiva come la vedo io.
Serve solo a difenderci:
"Perché avete fatto così poco questa settimana?"
"Eh sai, c'era poco passaggio, poche persone, guarda questo, ha fatto solo 26 scontrini, e anche questo ne ha fatti solo 8....".
Per questo evitiamo con grandi scuse tutti i concorrenti più grossi, dicendo che o sono troppo lontani, oppure che non ci fanno lo scontrino.
Anche perché poi come glielo spieghi che Pincopanco ha fatto 347 scontrini e tu solo 122, quando vendete la stessa identica roba nella stessa identica via?
Passiamo alle clienti.
Le clienti spesso sono delle vipere.
Non perché sono per così dire antipatiche, ma perché non si rendono conto di cosa ci sia dietro.
Per loro il fatto che non voglia fare lo sconto è perché sono una commessa antipatica e invidiosa, ma non è così.
Io non posso cambiare i prezzi.
Non sono autorizzata.
Lavoriamo con un PC per cassa e si sa, un PC, non lo puoi contraddire mai.
Io non decido sulla merce.
Fanno tutto gli addetti.
Se il lunedì non ricevo quella crema, non è perché mi stai antipatica tu o perché lo faccio per dispetto, ma è perché non è disponibile, è finito, non solo qui da me, ma anche il grande capo le ha finite.
Poi ci sono i famosi regalini.
Quelli che ogni tanto ti regalano i negozi: agendine, pupazzetti, salviettine, pennellini, ecc ecc.
Se non ci sono più, non è che è perché noi li mangiamo di notte o li lanciamo via nel pattume, ma è perché come li hai voluti tu, mia cara cliente, li hanno voluti altri mille.
Spesso le clienti non si rendono conto che non sono le uniche ad acquistare.
Voi non potete capire le tragedie: pianti, minacce, alcune chiamano addirittura il grande capo e dicono che noi siamo incompetenti perché non gli abbiamo dato il pennellino o l'agendina.
No, non scherzo.
Molte di noi sono state lasciate a casa, perché ogni lamentela ricevuta in sede da una cliente equivale ad una lettera di richiamo.
Tanta pazienza.
Ma la razza peggiore non sono le mai contente.
La razza peggiore sono quelle che entrano e ti trattano come se fossi una poco di buono, come se non valessi niente.
Una settimana dopo aver timbrato per la prima volta il cartellino, entra dalla porta una signorotta tutta "pellicciata" con la figlia a seguito e, ad un certo punto, esclama a gran voce: "Devi studiare! Chiedilo a questa ragazza, se non studi finisci a fare lavori come questo, la commessa che vende cremine, saresti contenta??". La ragazzina è diventata bordeaux come me.
Tantissima pazienza.
Ho contato fino a 10 e con molta calma ho sorriso e le ho risposto: "Veramente signora io sono laureata. Sono anche iscritta ad una specialistica. Anche se in effetti una laurea non mi aiuta a vendere cremine".
La signora si è raggelata.
Non ha più fiatato.
La ragazzina mi ha guardato tutto il tempo con gli occhi complici.
Nel frattempo hanno fatto un giro e sono uscite, portando la mia media da 14 a 19.
Già, le ho fatto spendere anche l'anima.
Perché poi anche io so essere vipera.
Ho giocato sul suo senso di colpa e le ho venduto ogni cosa potessi venderle.
Il problema è che non è stata l'unica.
In sette mesi ne avrò sentite centinaia. Ma non ho più risposto. Ho sorriso e sono passata oltre, ricordandomi quello sguardo complice, perché alla fine, non serve una laurea per essere educati ed intelligenti, serve solo vivere nella realtà.
Oggi quando sono uscita da lavoro la mia media era a 12. Ma sono paziente.
Domani è giorno di mercato, la mia media sarà molto più alta.
Pazienza.
Tanta pazienza.
Un abbraccio
la vostra
G
lunedì 14 ottobre 2013
Giornate si, giornate no...
Vi capitano mai quelle giornate dove tutto sembra nero e cupo?
Dove qualsiasi idea vi venga in mente sembra essere un'idea schifosa, dove ogni azione sembra essere trasformata in catastrofe da qualche entità invisibile?
Ecco... oggi mi sento così.
Sarà dovuto ad una serie di fattori evidenti e no...
Primo tra tutti: il tempo.
Il tempo in generale.
Il tempo meteorologico che fa evidentemente schifo: tra pioggia umido, freddo, e il tempo orario: o non è mai abbastanza, oppure è talmente "troppo" da darti noia.
Naturalmente cosa scaturisce in me quando la noia prende il sopravvento?
La paranoia.
La paranoia in noi donne è molto frequente. E' una sorta di malattia come l'herpes labiale, che ogni tanto torna a farti visita.
Oggi la mia paranoia è un mix tra C, famiglia e futuro.
Con C le cose ultimamente sono particolari.
L'intimità si sta riducendo a zero e lui sembra sempre più distante.
Come vi ho detto sabato ho dato la colpa al lutto, al suo lavoro (che paga sempre meno), ho dato la colpa a qualsiasi cosa... Ho pensato fossi io.
Penso tutt'ora di essere io.
A volte ho la sensazione che la nostra differenza di età sia così ampia da non essere "abbastanza" per lui. Non abbastanza nel senso che non sono IO abbastanza, ma nel senso che forse ai suoi occhi non sono abbastanza "matura", non sono abbastanza "scantata", non sono abbastanza "adulta". Poi un secondo dopo mi sembra lui quello non "abbastanza": non abbastanza "maturo" per la sua età, non abbastanza "vicino", non abbastanza "fidanzato".
Ma credo che lui se ne accorga...
E credo cerchi, a modo suo, di farmi tornare serena sulla questione, ma tra baci e abbracci vari, sembra che, dentro di me, non faccia altro che complicare la situazione.
Poi la famiglia.
Ho riflettuto a quello che ho scritto sabato e mi sono detta che forse sono io ad essere troppo dura e che sono io quella che fa troppo la rigida e la bacchettona.
Ma su questo argomento i pensieri sono diversi.
Intanto ho solo una certezza: non sono affezionata alla mia famiglia.
E' brutto?
Forse, ma, in fin dei conti, non sempre me ne accorgo.
Ci penso quando calcolo che sono nove giorni che non chiamo mio padre, una settimana che non sento i miei nonni e che con mia madre non mi fermo a parlare per più di dieci minuti da circa un mese. Quindi prendo tutto sulle spalle e comincio a chiamare tutti.
Il risultato?
Mia madre non risponde al telefono e dopo 20 minuti mi manda un sms con i giorni in cui la posso chiamare (non che mi voglia evitare, ma credo si stia impegnando ad andare più spesso all'ospedale diurno, il che è un bene).
A mio padre ho mandato un messaggino, (perché magari lavora, quando può mi richiamerà...) mi ha risposto che il nonno era tornato a casa, così gli ho chiesto come stava lui... nessuna risposta.
Chiamo mia nonna a casa sua, non mi risponde nessuno. La chiamo sul suo cellulare e mi risponde mia zia V, dicendomi che ha lei il cellulare e che mi rifarà chiamare. Avete sentito nessuno voi? Appunto.
Dopo qualche ora, poi, comincio a riflettere: io vado in paranoia perché non mi faccio sentire spesso, ma loro?
In effetti da una decina di giorni o prendo io in mano il telefono o nessuno mi contatta.
Poi ho pensato ad una frase che mi disse il mio psichiatra, il giorno in cui sono uscita dal suo studio per non tornare più: "Non puoi pretendere da te stessa di affezionarti ad una cosa che ti ha fatto del male. Devi pretendere da te stessa il meglio per te, non per loro. Loro sono adulti, grandi e vaccinati, hanno già fatto il loro percorso. Fai il tuo. Va avanti e lascia che risolvano i loro problemi da soli.".
Ci misi un pochetto a farlo.
Ancora oggi dimentico queste parole e ci ricasco dentro.
Dopo la famiglia, arriva il futuro.
Mi chiedo cosa voglio fare realmente.
Il lavoro che ho ora è in effetti molto stupido: estremamente semplice e per niente complicato.
Ho un buon stipendio, quindi non me ne lamento.
Ma non ho il carattere e la psicologia adatta.
Io voglio molto di più.
Voglio mettermi in proprio e crearmi il mio lavoro.
Ma qui come posso fare?
Non mancano le opportunità: micro crediti per le donne, negozi da affittare ad ogni angolo, negozi scomparsi da riaprire, mestieri da reinventare...
Ma sono i clienti che mancano.
Ormai in questa città le persone che spendono sono molto poche.
Poi ho ripreso gli studi in giornalismo.
Avrò bisogno di più tempo da poter gestire liberamente.
Penso spesso a questo.
Penso spesso a quanto bello sarebbe avere una propria attività. Sarebbe più semplice, ma dovrebbe andare molto bene.
Uff...
Oggi la giornata è nera come questo cielo.
Vorrei solo sprofondare nel buio e nel silenzio per qualche giorno.
Ma la vita non ti concede pause.
Forse la sfida sta proprio qui.
Andare avanti senza colpevolizzare troppo, perché alla fine di questo si tratta, del colpevolizzare. Colpevolizzare sull'intimità con un'altra persona, colpevolizzare sui rapporti famigliari, colpevolizzare sulle proprie scelte di vita e di gestione.
Non so ancora come potrà andare a finire questo 14 ottobre 2013.
Spero finisca con un sorriso... anche se per ora ho solo voglia di chiudere gli occhi e di non pensare più.
Secondo voi si può chiedere una pausa al proprio cervello?
Si possono tagliare tutti i ponti con il mondo esterno per un po' senza ripercussioni?
Perché le ripercussioni ci sono sempre e in giorni come questo... beh, non possono essere altro che negative...
Si avete ragione, la mia non è paranoia, è depressione vera e propria...
Succede. Ho visto peggio.
Se vi rincuora Ricciolo pensa a me.
Da questa mattina non mi molla un attimo.
Mi parla, mi coccola, gioca con me, mi fa arrabbiare...
Credo lo faccia per farmi reagire (... O forse ha solo fame... ).
Ecco.
Adesso mi "imparanoio" sul gatto così siamo a posto.
Un saluto gente
La vostra meteoropatica
G
PS: http://youtu.be/gh-gzFY85Gw per voi:
Dove qualsiasi idea vi venga in mente sembra essere un'idea schifosa, dove ogni azione sembra essere trasformata in catastrofe da qualche entità invisibile?
Ecco... oggi mi sento così.
Sarà dovuto ad una serie di fattori evidenti e no...
Primo tra tutti: il tempo.
Il tempo in generale.
Il tempo meteorologico che fa evidentemente schifo: tra pioggia umido, freddo, e il tempo orario: o non è mai abbastanza, oppure è talmente "troppo" da darti noia.
Naturalmente cosa scaturisce in me quando la noia prende il sopravvento?
La paranoia.
La paranoia in noi donne è molto frequente. E' una sorta di malattia come l'herpes labiale, che ogni tanto torna a farti visita.
Oggi la mia paranoia è un mix tra C, famiglia e futuro.
Con C le cose ultimamente sono particolari.
L'intimità si sta riducendo a zero e lui sembra sempre più distante.
Come vi ho detto sabato ho dato la colpa al lutto, al suo lavoro (che paga sempre meno), ho dato la colpa a qualsiasi cosa... Ho pensato fossi io.
Penso tutt'ora di essere io.
A volte ho la sensazione che la nostra differenza di età sia così ampia da non essere "abbastanza" per lui. Non abbastanza nel senso che non sono IO abbastanza, ma nel senso che forse ai suoi occhi non sono abbastanza "matura", non sono abbastanza "scantata", non sono abbastanza "adulta". Poi un secondo dopo mi sembra lui quello non "abbastanza": non abbastanza "maturo" per la sua età, non abbastanza "vicino", non abbastanza "fidanzato".
Ma credo che lui se ne accorga...
E credo cerchi, a modo suo, di farmi tornare serena sulla questione, ma tra baci e abbracci vari, sembra che, dentro di me, non faccia altro che complicare la situazione.
Poi la famiglia.
Ho riflettuto a quello che ho scritto sabato e mi sono detta che forse sono io ad essere troppo dura e che sono io quella che fa troppo la rigida e la bacchettona.
Ma su questo argomento i pensieri sono diversi.
Intanto ho solo una certezza: non sono affezionata alla mia famiglia.
E' brutto?
Forse, ma, in fin dei conti, non sempre me ne accorgo.
Ci penso quando calcolo che sono nove giorni che non chiamo mio padre, una settimana che non sento i miei nonni e che con mia madre non mi fermo a parlare per più di dieci minuti da circa un mese. Quindi prendo tutto sulle spalle e comincio a chiamare tutti.
Il risultato?
Mia madre non risponde al telefono e dopo 20 minuti mi manda un sms con i giorni in cui la posso chiamare (non che mi voglia evitare, ma credo si stia impegnando ad andare più spesso all'ospedale diurno, il che è un bene).
A mio padre ho mandato un messaggino, (perché magari lavora, quando può mi richiamerà...) mi ha risposto che il nonno era tornato a casa, così gli ho chiesto come stava lui... nessuna risposta.
Chiamo mia nonna a casa sua, non mi risponde nessuno. La chiamo sul suo cellulare e mi risponde mia zia V, dicendomi che ha lei il cellulare e che mi rifarà chiamare. Avete sentito nessuno voi? Appunto.
Dopo qualche ora, poi, comincio a riflettere: io vado in paranoia perché non mi faccio sentire spesso, ma loro?
In effetti da una decina di giorni o prendo io in mano il telefono o nessuno mi contatta.
Poi ho pensato ad una frase che mi disse il mio psichiatra, il giorno in cui sono uscita dal suo studio per non tornare più: "Non puoi pretendere da te stessa di affezionarti ad una cosa che ti ha fatto del male. Devi pretendere da te stessa il meglio per te, non per loro. Loro sono adulti, grandi e vaccinati, hanno già fatto il loro percorso. Fai il tuo. Va avanti e lascia che risolvano i loro problemi da soli.".
Ci misi un pochetto a farlo.
Ancora oggi dimentico queste parole e ci ricasco dentro.
Dopo la famiglia, arriva il futuro.
Mi chiedo cosa voglio fare realmente.
Il lavoro che ho ora è in effetti molto stupido: estremamente semplice e per niente complicato.
Ho un buon stipendio, quindi non me ne lamento.
Ma non ho il carattere e la psicologia adatta.
Io voglio molto di più.
Voglio mettermi in proprio e crearmi il mio lavoro.
Ma qui come posso fare?
Non mancano le opportunità: micro crediti per le donne, negozi da affittare ad ogni angolo, negozi scomparsi da riaprire, mestieri da reinventare...
Ma sono i clienti che mancano.
Ormai in questa città le persone che spendono sono molto poche.
Poi ho ripreso gli studi in giornalismo.
Avrò bisogno di più tempo da poter gestire liberamente.
Penso spesso a questo.
Penso spesso a quanto bello sarebbe avere una propria attività. Sarebbe più semplice, ma dovrebbe andare molto bene.
Uff...
Oggi la giornata è nera come questo cielo.
Vorrei solo sprofondare nel buio e nel silenzio per qualche giorno.
Ma la vita non ti concede pause.
Forse la sfida sta proprio qui.
Andare avanti senza colpevolizzare troppo, perché alla fine di questo si tratta, del colpevolizzare. Colpevolizzare sull'intimità con un'altra persona, colpevolizzare sui rapporti famigliari, colpevolizzare sulle proprie scelte di vita e di gestione.
Non so ancora come potrà andare a finire questo 14 ottobre 2013.
Spero finisca con un sorriso... anche se per ora ho solo voglia di chiudere gli occhi e di non pensare più.
Secondo voi si può chiedere una pausa al proprio cervello?
Si possono tagliare tutti i ponti con il mondo esterno per un po' senza ripercussioni?
Perché le ripercussioni ci sono sempre e in giorni come questo... beh, non possono essere altro che negative...
Si avete ragione, la mia non è paranoia, è depressione vera e propria...
Succede. Ho visto peggio.
Se vi rincuora Ricciolo pensa a me.
Da questa mattina non mi molla un attimo.
Mi parla, mi coccola, gioca con me, mi fa arrabbiare...
Credo lo faccia per farmi reagire (... O forse ha solo fame... ).
Ecco.
Adesso mi "imparanoio" sul gatto così siamo a posto.
Un saluto gente
La vostra meteoropatica
G
PS: http://youtu.be/gh-gzFY85Gw per voi:
sabato 12 ottobre 2013
Io, Signora Sfiga e la calcarea Malta
Non esistono scuse che tengano. Mai.
Ma solo a me, quando decido di lanciarmi in una cosa nuova, può succedere di ogni.
Primo tra tutti il Computer.
Bellobello, lui, si è spento e non si è più riacceso.
Il mio PC ha deciso di darsi all'"anti-crisi", facendomi sfamare il primo povero tecnico di computer ancora in azione in questa triste città in debito.
Naturalmente ho subito scaricato la "favolosa" applicazione di Blogger sul mio "favoloso" smartphone.
Come avrete ben constatato sono riuscita a postare solo una triste foto, tra l'altro neanche a fuoco, di una "tridissima" (come si dice in "quel" di Parma) festa dell' Upper East Side. Niente da dire alla app, per carità, che fa del suo meglio, ma sapete cosa vuol dire scrivere una pagina intera con uno smartphone dallo schermo touch per una come me, che già un sms sembra un'impresa ercolana?
Ci ho provato, ma al secondo punto ho dato forfait.
Perciò eccomi qui.
Che dirvi?
Vi racconterò le mie ultime due favolose settimane.
SETTIMANA 1
A parte il lavoro, che merita un post a parte, inizierò con il parlare della magica Family Paterna...
Ad introdurre il tutto la caduta dalle scale di mio nonno di novant'anni, che se l'è cavata (grazie a Dio) con una frattura cranica e un numero imprecisato di lividi e tagli.
In tutto ciò, mio padre comincia a mandarmi sms terrorizzanti del tipo "Meglio venire a salutare il nonno." , "Il nonno non sta molto bene, meglio che lo vieni a trovare al più presto.".
Senza doverlo ripetere una terza volta, il giorno dopo ero in ospedale a Montecchio.
A parte il fatto che mio nonno guardava il culo di tutte le infermiere senza ritegno, offrendo occhiolini lividi a destra e sinistra, la prima cosa che mi ha detto è stata "Quanto darei per un po' di pasta e fagioli!".
Ok.
Io capisco che mio nonno sia anziano, non messo proprio bene, e che, in effetti, l'anno scorso si è anche investito da solo con una macchina, ma Cristo Santissimo, stava da Dio!
Il solito allarmismo da tragedia, che più che evitarla sembra che i miei parenti l'aspettino proprio.
Quando ci penso mi immagino un gruppo di persone tutte in piedi e tutte vicine, con le mani strette sul petto che guardano all'insù (magari con anche qualche bocca semi aperta, tanto per dare un senso scenico), il viso contratto in una morsa di dolore, aspettando che cada qualcosa. dal cielo.
Comunque il nonno sta bene.
La nonna è mezza sorda e, a quanto pare, nessuno se ne accorge ( rettifico: NON VUOLE accorgersene), il papà si aggira con la faccia seria e cupa, e arriva la mia cara cugina.
La figlia dello stronzo, la frazione di famiglia di quelli che non si vuole vedere più perché "turbano" l'instabilità economica famigliare.
Niente da fare.
L'ospedale sembra diventare le mura della casa dei nonni, la stanza il tinello e il letto la poltrona.
Cala una sorta di tensione.... non una di quelle che si tagliano col coltello, nono, peggio.
Una di quelle che se respiri troppo profondamente ti annega.
Una volta che lei se ne va, mia nonna mi dice che lo zio è venuto a trovare il nonno.
Bene mi dico io.
Bene???
Io ogni tanto ho degli spasmi cerebrali.
A quanto pare ha scatenato le ire di tutti.
Tutti incazzati e paonazzi perché lo zio ha osato.
Che coraggio.... Ha osato venire a trovare mio nonno. Bah.
Vi confesserò una cosa molto pesante: mi chiedo sempre.... ma il CHISSENEFREGA ancora non lo hanno considerato?
No, perché posso capire ancora ancora le seghe mentali sull'eredità, ma non ti puoi incazzare perché un tipo viene all'ospedale a trovare il nonno di famiglia.
Non solo è da stupidi, ma è persino un comportamento osceno.
Ho sempre pensato che di fronte a certe situazioni, al dolore, alla sofferenza, alla malattia e alla morte, la mia famiglia paterna fosse in grado di dimenticare, o almeno di "passarci sopra".
NO.
Quindi, in conclusione, sono sempre più schifata.
Tornando alla settimana aggiungo la scadenza dell'immatricolazione all'università.
Già.
Non tutti i lettori sapranno che per un qualsiasi studente già stato iscritto ad una università, la seconda immatricolazione è, nel 90% dei casi, un vero e proprio incubo con calvario.
Perché?
Perché già è un calvario la prima, figuriamoci la seconda!
Intanto le segretarie sono tutte confuse (o drogate, un gran mistero dell'ateneo di Parma, che richiederebbe un'approfondita indagine) e quando chiedi informazioni, se non ti hanno già mandato in giro per i diversi uffici dislocati in tutta la città, ti danno quelle sbagliate:
"Guardi è semplicissimo: basta andare sul sito, cliccare su servizi, poi clicca su modulistica, poi, vedrà che è semplicissimo, in alto a destra della pagina trova un link, piccolo piccolo, però è sottolineato e ci clicca sopra."
"Cliccando, quindi, scarico i moduli?"
"No No! Una volta cliccato si apre una pagina in cui trova un elenco dei moduli di tutta l'università, scorre scorre scorre scorre verso il basso e trova un altro link in basso, è semplicissimo eh, ci clicca sopra, si apre una nuova pagina e trova altri link ad altri moduli. Ecco, tra questi trova anche i moduli 1-2-3. Li stampa e ce li porta."
"Scusi sa, ma non me li può stampare lei, visto che la segreteria è anche qui e non solo online?"
"No, IMPOSSIBILE".
Ecco.
Il 70% delle volte che fai un dialogo con una signora della segreteria, potrai essere certo che si concluderà con un "IMPOSSIBILE".
Quindi, il tutto si risolve con una corsa contro il tempo: vai a casa apri il PC e cerchi tutti i link suggeriti dalla segretaria ne trovi solo uno ti pianti scleri impazzisci finisci per trovare il link corretto in yahoo answer (non chiedetemi come e perché) scarichi tutti i moduli li metti su chiavetta corri alla copisteria che sta per chiudere stampi i fogli compili corri in segreteria a portarli.... Fiatone eh?
Ma non è finita.
In segreteria un'altra segretaria esordisce con un "Eh No" che ti paralizza e ti inchioda a terra.
"Questi non sono i moduli per l'immatricolazione alla specialistica, ma quelli per la triennale. Guardi è semplicissimo, va sul nostro sito, cerca il link............". Si va beh, avete capito.
Il tutto da intervallare con il lavoro, che naturalmente con 40 ore la settimana non ti lascia molte mattinate libere.
Insomma, per farvi sapere come è andata a finire, mi sono fatta aiutare dal Signor Segretario dell'ufficio tasse e diritto allo studio, che mi ha stampato tutti i fogli e li ha addirittura compilati lui per me.
Porto il tutto in posta (perché anche se la segreteria è di fronte a casa mia, oltre ai 553 euro di iscrizione, ci devi pure mollare un bel "cinquino" per una raccomandata che farà si e no 200 metri di viaggio) e spedisco il giorno stesso della scadenza.
Scadenza che naturalmente cinque minuti dopo viene prorogata sino al 17 ottobre.
Non contenti, vengo contattata via telefono perché ho dimenticato un foglio di vitale importanza: la ricevuta del pagamento della rata.
Ma con tutto sto internet e 'ste pagine e link, com'è che se io vado sul mio profilo universitario leggo con chiarezza PAGATO e voi no?
Comunque pure quello è stato spedito, via mail questa volta, grazie ad una qualche minaccia di morte che ho astutamente introdotto nella discussione telefonica.
Tra scadenze varie mi si frigge pure il forno.
Il mio forno.
Il forno che ho aspettato per quasi un anno, ha fatto saltare la luce di mezzo condominio e non scalda più. Anche il mio forno si rifiuta di fare il forno.
Finalmente arriva domenica e riceviamo io e C, la visita di un nostro carissimo amico.
Ci parla di lui, della sua famiglia, della sua Sicilia finalmente ritrovata e presto scaricata per la magica isola di Malta.
SETTIMANA 2
Credo sia inutile dirlo. Da lunedì non penso altro che a quello: Malta.
Malta sarebbe perfetta.
Intanto è un'isola, quindi non è dispersiva, parlano anche l'italiano (almeno non ti devi far capire mimando gesti strani che ti fanno poi apparire pazzo, idiota o menomato, a seconda di chi hai davanti), hanno una buona (ottima) università, gli affitti sono bassi, le opportunità di lavoro molteplici, c'è il mare e un po' di collina (più che altro calcare, ma amen).
In pratica mi invoglia questa cosa.
Ho provato a trascinare C nel mio delirio, ma naturalmente "Mister Pessimismo" ha iniziato a rovinare tutto con teorie "complottistiche" sulla sfiga che ci portiamo appresso noi italiani.
Come se il fatto di essere italici fosse una sorta di maledizione.
Ma sua nonna ci ha lasciati, quindi l'ho lasciato stare.
Ma non demordo.
Martedì ho dovuto posare i piedi per terra. Questa domenica (domani) a lavoro c'è l'inventario.
Per la settimana significa: straordinari, cartoni, scotch, contare uno ad uno ogni prodotto, dividere il tutto per lotti (i lotti sono, per chi ignora, quella serie di numeri poco visibili ad occhio umano che si trovano sulle confezioni di qualsiasi cosa: sul tappo del latte, di fianco ai valori nutrizionali, incisi sulle scatole, tratteggiati sulla plastica... Ad esempio, per la mia ditta io sarei il lotto G200889PR) e alzarsi alle sei la domenica mattina per finire di registrare TUTTO.
Bisogna registrare qualsiasi cosa, anche i pelucchi sulle divise.
Sono sei giorni che torno a casa e svengo sul divano.
Concludo che in queste due settimane non ho avuto una vita mia.
All'improvviso il mio pensiero vola nuovamente a Malta.
Non è neanche per il fatto di andarmene a trovare lavoro o a studiare, neanche per imparare l'inglese.
E' davvero così "male" pensare di trasferirsi da un'altra parte e ripartire da zero?
Prendere le distanze da tutto e soprattutto da tutti?
Mi immagino già con un mio negozietto di artigianato, la mia casetta tradizionale con il terrazzo e i libri dell'università in inglese....
Poi mi pongo un'altra serie di domande:
Voglio realmente aggiungere distanza tra me e mia madre?
Voglio realmente abbandonare questo paese?
Avrò realmente la forza di piantare nuove radici in un posto totalmente sconosciuto, io, che già faccio fatica a metterle qui, che ci vivo da sempre?
Ed è proprio su questa domanda che me ne pongo un'altra molto più importante:
E se queste radici fanno fatica a crescere perché è proprio la terra in cui crescono che è sbagliata?
Se le mie radici fossero fatte per un altro tipo di terreno, tipo quello calcareo di Malta?
In realtà so che la mia è tutta paura.
Paura di cercare una nuova terra.
Ma se anche quello di Malta non è l'humus giusto, dove andrei a finire?
Un saluto a tutti
la vostra
G
Ma solo a me, quando decido di lanciarmi in una cosa nuova, può succedere di ogni.
Primo tra tutti il Computer.
Bellobello, lui, si è spento e non si è più riacceso.
Il mio PC ha deciso di darsi all'"anti-crisi", facendomi sfamare il primo povero tecnico di computer ancora in azione in questa triste città in debito.
Naturalmente ho subito scaricato la "favolosa" applicazione di Blogger sul mio "favoloso" smartphone.
Come avrete ben constatato sono riuscita a postare solo una triste foto, tra l'altro neanche a fuoco, di una "tridissima" (come si dice in "quel" di Parma) festa dell' Upper East Side. Niente da dire alla app, per carità, che fa del suo meglio, ma sapete cosa vuol dire scrivere una pagina intera con uno smartphone dallo schermo touch per una come me, che già un sms sembra un'impresa ercolana?
Ci ho provato, ma al secondo punto ho dato forfait.
Perciò eccomi qui.
Che dirvi?
Vi racconterò le mie ultime due favolose settimane.
SETTIMANA 1
A parte il lavoro, che merita un post a parte, inizierò con il parlare della magica Family Paterna...
Ad introdurre il tutto la caduta dalle scale di mio nonno di novant'anni, che se l'è cavata (grazie a Dio) con una frattura cranica e un numero imprecisato di lividi e tagli.
In tutto ciò, mio padre comincia a mandarmi sms terrorizzanti del tipo "Meglio venire a salutare il nonno." , "Il nonno non sta molto bene, meglio che lo vieni a trovare al più presto.".
Senza doverlo ripetere una terza volta, il giorno dopo ero in ospedale a Montecchio.
A parte il fatto che mio nonno guardava il culo di tutte le infermiere senza ritegno, offrendo occhiolini lividi a destra e sinistra, la prima cosa che mi ha detto è stata "Quanto darei per un po' di pasta e fagioli!".
Ok.
Io capisco che mio nonno sia anziano, non messo proprio bene, e che, in effetti, l'anno scorso si è anche investito da solo con una macchina, ma Cristo Santissimo, stava da Dio!
Il solito allarmismo da tragedia, che più che evitarla sembra che i miei parenti l'aspettino proprio.
Quando ci penso mi immagino un gruppo di persone tutte in piedi e tutte vicine, con le mani strette sul petto che guardano all'insù (magari con anche qualche bocca semi aperta, tanto per dare un senso scenico), il viso contratto in una morsa di dolore, aspettando che cada qualcosa. dal cielo.
Comunque il nonno sta bene.
La nonna è mezza sorda e, a quanto pare, nessuno se ne accorge ( rettifico: NON VUOLE accorgersene), il papà si aggira con la faccia seria e cupa, e arriva la mia cara cugina.
La figlia dello stronzo, la frazione di famiglia di quelli che non si vuole vedere più perché "turbano" l'instabilità economica famigliare.
Niente da fare.
L'ospedale sembra diventare le mura della casa dei nonni, la stanza il tinello e il letto la poltrona.
Cala una sorta di tensione.... non una di quelle che si tagliano col coltello, nono, peggio.
Una di quelle che se respiri troppo profondamente ti annega.
Una volta che lei se ne va, mia nonna mi dice che lo zio è venuto a trovare il nonno.
Bene mi dico io.
Bene???
Io ogni tanto ho degli spasmi cerebrali.
A quanto pare ha scatenato le ire di tutti.
Tutti incazzati e paonazzi perché lo zio ha osato.
Che coraggio.... Ha osato venire a trovare mio nonno. Bah.
Vi confesserò una cosa molto pesante: mi chiedo sempre.... ma il CHISSENEFREGA ancora non lo hanno considerato?
No, perché posso capire ancora ancora le seghe mentali sull'eredità, ma non ti puoi incazzare perché un tipo viene all'ospedale a trovare il nonno di famiglia.
Non solo è da stupidi, ma è persino un comportamento osceno.
Ho sempre pensato che di fronte a certe situazioni, al dolore, alla sofferenza, alla malattia e alla morte, la mia famiglia paterna fosse in grado di dimenticare, o almeno di "passarci sopra".
NO.
Quindi, in conclusione, sono sempre più schifata.
Tornando alla settimana aggiungo la scadenza dell'immatricolazione all'università.
Già.
Non tutti i lettori sapranno che per un qualsiasi studente già stato iscritto ad una università, la seconda immatricolazione è, nel 90% dei casi, un vero e proprio incubo con calvario.
Perché?
Perché già è un calvario la prima, figuriamoci la seconda!
Intanto le segretarie sono tutte confuse (o drogate, un gran mistero dell'ateneo di Parma, che richiederebbe un'approfondita indagine) e quando chiedi informazioni, se non ti hanno già mandato in giro per i diversi uffici dislocati in tutta la città, ti danno quelle sbagliate:
"Guardi è semplicissimo: basta andare sul sito, cliccare su servizi, poi clicca su modulistica, poi, vedrà che è semplicissimo, in alto a destra della pagina trova un link, piccolo piccolo, però è sottolineato e ci clicca sopra."
"Cliccando, quindi, scarico i moduli?"
"No No! Una volta cliccato si apre una pagina in cui trova un elenco dei moduli di tutta l'università, scorre scorre scorre scorre verso il basso e trova un altro link in basso, è semplicissimo eh, ci clicca sopra, si apre una nuova pagina e trova altri link ad altri moduli. Ecco, tra questi trova anche i moduli 1-2-3. Li stampa e ce li porta."
"Scusi sa, ma non me li può stampare lei, visto che la segreteria è anche qui e non solo online?"
"No, IMPOSSIBILE".
Ecco.
Il 70% delle volte che fai un dialogo con una signora della segreteria, potrai essere certo che si concluderà con un "IMPOSSIBILE".
Quindi, il tutto si risolve con una corsa contro il tempo: vai a casa apri il PC e cerchi tutti i link suggeriti dalla segretaria ne trovi solo uno ti pianti scleri impazzisci finisci per trovare il link corretto in yahoo answer (non chiedetemi come e perché) scarichi tutti i moduli li metti su chiavetta corri alla copisteria che sta per chiudere stampi i fogli compili corri in segreteria a portarli.... Fiatone eh?
Ma non è finita.
In segreteria un'altra segretaria esordisce con un "Eh No" che ti paralizza e ti inchioda a terra.
"Questi non sono i moduli per l'immatricolazione alla specialistica, ma quelli per la triennale. Guardi è semplicissimo, va sul nostro sito, cerca il link............". Si va beh, avete capito.
Il tutto da intervallare con il lavoro, che naturalmente con 40 ore la settimana non ti lascia molte mattinate libere.
Insomma, per farvi sapere come è andata a finire, mi sono fatta aiutare dal Signor Segretario dell'ufficio tasse e diritto allo studio, che mi ha stampato tutti i fogli e li ha addirittura compilati lui per me.
Porto il tutto in posta (perché anche se la segreteria è di fronte a casa mia, oltre ai 553 euro di iscrizione, ci devi pure mollare un bel "cinquino" per una raccomandata che farà si e no 200 metri di viaggio) e spedisco il giorno stesso della scadenza.
Scadenza che naturalmente cinque minuti dopo viene prorogata sino al 17 ottobre.
Non contenti, vengo contattata via telefono perché ho dimenticato un foglio di vitale importanza: la ricevuta del pagamento della rata.
Ma con tutto sto internet e 'ste pagine e link, com'è che se io vado sul mio profilo universitario leggo con chiarezza PAGATO e voi no?
Comunque pure quello è stato spedito, via mail questa volta, grazie ad una qualche minaccia di morte che ho astutamente introdotto nella discussione telefonica.
Tra scadenze varie mi si frigge pure il forno.
Il mio forno.
Il forno che ho aspettato per quasi un anno, ha fatto saltare la luce di mezzo condominio e non scalda più. Anche il mio forno si rifiuta di fare il forno.
Finalmente arriva domenica e riceviamo io e C, la visita di un nostro carissimo amico.
Ci parla di lui, della sua famiglia, della sua Sicilia finalmente ritrovata e presto scaricata per la magica isola di Malta.
SETTIMANA 2
Credo sia inutile dirlo. Da lunedì non penso altro che a quello: Malta.
Malta sarebbe perfetta.
Intanto è un'isola, quindi non è dispersiva, parlano anche l'italiano (almeno non ti devi far capire mimando gesti strani che ti fanno poi apparire pazzo, idiota o menomato, a seconda di chi hai davanti), hanno una buona (ottima) università, gli affitti sono bassi, le opportunità di lavoro molteplici, c'è il mare e un po' di collina (più che altro calcare, ma amen).
In pratica mi invoglia questa cosa.
Ho provato a trascinare C nel mio delirio, ma naturalmente "Mister Pessimismo" ha iniziato a rovinare tutto con teorie "complottistiche" sulla sfiga che ci portiamo appresso noi italiani.
Come se il fatto di essere italici fosse una sorta di maledizione.
Ma sua nonna ci ha lasciati, quindi l'ho lasciato stare.
Ma non demordo.
Martedì ho dovuto posare i piedi per terra. Questa domenica (domani) a lavoro c'è l'inventario.
Per la settimana significa: straordinari, cartoni, scotch, contare uno ad uno ogni prodotto, dividere il tutto per lotti (i lotti sono, per chi ignora, quella serie di numeri poco visibili ad occhio umano che si trovano sulle confezioni di qualsiasi cosa: sul tappo del latte, di fianco ai valori nutrizionali, incisi sulle scatole, tratteggiati sulla plastica... Ad esempio, per la mia ditta io sarei il lotto G200889PR) e alzarsi alle sei la domenica mattina per finire di registrare TUTTO.
Bisogna registrare qualsiasi cosa, anche i pelucchi sulle divise.
Sono sei giorni che torno a casa e svengo sul divano.
Concludo che in queste due settimane non ho avuto una vita mia.
All'improvviso il mio pensiero vola nuovamente a Malta.
Non è neanche per il fatto di andarmene a trovare lavoro o a studiare, neanche per imparare l'inglese.
E' davvero così "male" pensare di trasferirsi da un'altra parte e ripartire da zero?
Prendere le distanze da tutto e soprattutto da tutti?
Mi immagino già con un mio negozietto di artigianato, la mia casetta tradizionale con il terrazzo e i libri dell'università in inglese....
Poi mi pongo un'altra serie di domande:
Voglio realmente aggiungere distanza tra me e mia madre?
Voglio realmente abbandonare questo paese?
Avrò realmente la forza di piantare nuove radici in un posto totalmente sconosciuto, io, che già faccio fatica a metterle qui, che ci vivo da sempre?
Ed è proprio su questa domanda che me ne pongo un'altra molto più importante:
E se queste radici fanno fatica a crescere perché è proprio la terra in cui crescono che è sbagliata?
Se le mie radici fossero fatte per un altro tipo di terreno, tipo quello calcareo di Malta?
In realtà so che la mia è tutta paura.
Paura di cercare una nuova terra.
Ma se anche quello di Malta non è l'humus giusto, dove andrei a finire?
Un saluto a tutti
la vostra
G
sabato 28 settembre 2013
Io, Ricciolo e il blocco dello scrittore
Potrei inventare un sacco di scuse sulla connessione internet assente, sulla mancanza di tempo o su di un computer rotto, ma la realtà è che mi è successo.
Il maledetto blocco dello scrittore ha colpito anche me.
Non che dovessi parlarvi di politica o di chissà cosa, semplicemente dovevo parlarvi del mio gatto.
Ricciolo.
Non che Ricciolo sia un animale difficile, ma è difficile descriverlo.
Da cosa iniziare? Beh, Ricciolo è un gatto grasso.
Detto anche "Tigre Nana della Val Padana".
All'inizio di questa estate pesava 11 kg. Ieri ne pesava 8... E' dimagrito, ma sembra sempre e comunque grasso...
Ricciolo è in realtà il gatto di C.
Quando l'ho conosciuto viveva con C nel suo vecchio monolocale e sembrava il gatto più diffidente del mondo. Un giorno ha deciso di posarsi sulle mie ginocchia.
Una cosa normale penserete voi.
C invece mi guardò come si guarda un alieno: "Questa cosa non l'ha mai fatta con nessuno, nemmeno con me...".
Da quel momento è iniziata la nostra storia d'amore.
Mi segue ovunque, mi miagola discorsi infiniti e mi coccola.
Si, è lui a coccolarmi.
Quando sto male, ad esempio, mi viene vicino, mi annusa, mi da un bacino e si mette arrotolato in grembo a dormire con me, oppure di fianco a me sul divano oppure di guardia davanti alla porta della camera, sdraiato a terra, ad aspettare che C ritorni, per farmi da infermiere.
Io e Ricciolo litighiamo anche.
Quando succede ha la tendenza a mettersi davanti a me dandomi le spalle, seduto, in attesa di una mia resa, che, di solito, non tarda ad arrivare. Ogni tanto fa il gatto pazzo e salta da tutte le parti, ma è una cosa abbastanza comune in un gatto.
Che altro dire?
Ricciolo è un gatto che si droga. No non scherzo.
Avevamo piantato una piantina di "maria" per scherzo in balcone. Il risultato è stato che il gatto se l'è sbafata vomitandomela anche in faccia soddisfatto.
Da quando abitiamo qui, del resto, Ricciolo è cambiato molto.
E' più rilassato, mangia le lucertole, parla e da la caccia alle farfalline.
Gli piace molto il bagno, in particolare la doccia e il bidè.
Non apprezza la stufetta e non apprezza il ventilatore.
D'inverno dorme nel letto con noi, d'estate in una cesta di vimini posta accuratamente sotto il letto (altrimenti la guarda facendo la faccia storta, la spinge con la zampetta, ma non ci entra... sotto al letto c'è più privacy), del resto c'è caldo anche per lui.
Ricciolo è una fabbrica di pelo.
Con i suoi peli ho anche pensato di farci un maglione. Gli ho dovuto comprare la spazzola per cani, ma il signorino preferisce il pettine.
Molto più fine il pettine.
Fa molto più "classe" un pettine che una misera spazzola per cani (per cani poi, anche io ho delle idee strane).
Ricciolo odia i cani e i gatti.
Anche se castrato, lui è territoriale.
E' in grado di mettersi davanti alla porta d'ingresso per ore se sul pianerottolo si è installato un altro animale.
Ricciolo caccia solo insetti o piccoli rettili.
Non ama la caccia grossa, preferisce il Bird Watching.
Lui si siede e guarda attentamente... Non attacca, non si muove, osserva attento gli uccellini. Credo sia una sorta di sua regola del quieto vivere. Immagino che se dovessero avvicinarsi un po' di più al balcone non avrebbero vita lunga.
In realtà Ricciolo non è un gatto particolarmente speciale, forse è per questo che ho avuto Il Blocco.
Perché Ricciolo è speciale per me.
Mi consola quando ho bisogno e mi cerca quando nessuno lo fa.
Parla miagolese, ma si fa capire.
Perde ciocche di pelo, ma si fa perdonare e naturalmente si fa le unghie ovunque e si fa consapevolmente sgridare.
Ricciolo è semplicemente un gatto grasso.
Ma è il mio gatto grasso e nessuno me lo può toccare.
A domani mondo!
G
Il maledetto blocco dello scrittore ha colpito anche me.
Non che dovessi parlarvi di politica o di chissà cosa, semplicemente dovevo parlarvi del mio gatto.
Ricciolo.
Non che Ricciolo sia un animale difficile, ma è difficile descriverlo.
Da cosa iniziare? Beh, Ricciolo è un gatto grasso.
Detto anche "Tigre Nana della Val Padana".
All'inizio di questa estate pesava 11 kg. Ieri ne pesava 8... E' dimagrito, ma sembra sempre e comunque grasso...
Ricciolo è in realtà il gatto di C.
Quando l'ho conosciuto viveva con C nel suo vecchio monolocale e sembrava il gatto più diffidente del mondo. Un giorno ha deciso di posarsi sulle mie ginocchia.
Una cosa normale penserete voi.
C invece mi guardò come si guarda un alieno: "Questa cosa non l'ha mai fatta con nessuno, nemmeno con me...".
Da quel momento è iniziata la nostra storia d'amore.
Mi segue ovunque, mi miagola discorsi infiniti e mi coccola.
Si, è lui a coccolarmi.
Quando sto male, ad esempio, mi viene vicino, mi annusa, mi da un bacino e si mette arrotolato in grembo a dormire con me, oppure di fianco a me sul divano oppure di guardia davanti alla porta della camera, sdraiato a terra, ad aspettare che C ritorni, per farmi da infermiere.
Io e Ricciolo litighiamo anche.
Quando succede ha la tendenza a mettersi davanti a me dandomi le spalle, seduto, in attesa di una mia resa, che, di solito, non tarda ad arrivare. Ogni tanto fa il gatto pazzo e salta da tutte le parti, ma è una cosa abbastanza comune in un gatto.
Che altro dire?
Ricciolo è un gatto che si droga. No non scherzo.
Avevamo piantato una piantina di "maria" per scherzo in balcone. Il risultato è stato che il gatto se l'è sbafata vomitandomela anche in faccia soddisfatto.
Da quando abitiamo qui, del resto, Ricciolo è cambiato molto.
E' più rilassato, mangia le lucertole, parla e da la caccia alle farfalline.
Gli piace molto il bagno, in particolare la doccia e il bidè.
Non apprezza la stufetta e non apprezza il ventilatore.
D'inverno dorme nel letto con noi, d'estate in una cesta di vimini posta accuratamente sotto il letto (altrimenti la guarda facendo la faccia storta, la spinge con la zampetta, ma non ci entra... sotto al letto c'è più privacy), del resto c'è caldo anche per lui.
Ricciolo è una fabbrica di pelo.
Con i suoi peli ho anche pensato di farci un maglione. Gli ho dovuto comprare la spazzola per cani, ma il signorino preferisce il pettine.
Molto più fine il pettine.
Fa molto più "classe" un pettine che una misera spazzola per cani (per cani poi, anche io ho delle idee strane).
Ricciolo odia i cani e i gatti.
Anche se castrato, lui è territoriale.
E' in grado di mettersi davanti alla porta d'ingresso per ore se sul pianerottolo si è installato un altro animale.
Ricciolo caccia solo insetti o piccoli rettili.
Non ama la caccia grossa, preferisce il Bird Watching.
Lui si siede e guarda attentamente... Non attacca, non si muove, osserva attento gli uccellini. Credo sia una sorta di sua regola del quieto vivere. Immagino che se dovessero avvicinarsi un po' di più al balcone non avrebbero vita lunga.
In realtà Ricciolo non è un gatto particolarmente speciale, forse è per questo che ho avuto Il Blocco.
Perché Ricciolo è speciale per me.
Mi consola quando ho bisogno e mi cerca quando nessuno lo fa.
Parla miagolese, ma si fa capire.
Perde ciocche di pelo, ma si fa perdonare e naturalmente si fa le unghie ovunque e si fa consapevolmente sgridare.
Ricciolo è semplicemente un gatto grasso.
Ma è il mio gatto grasso e nessuno me lo può toccare.
A domani mondo!
G
mercoledì 25 settembre 2013
La bella parma
Questa sera la PCC (parmacheconta) si droga di caffeina ad un party esclusivo della nespresso... Ho i conati... ma facciamo finta di niente
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